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Dentro la montagna. Giù verso la Grotta dello Scalandrone.
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Dentro la montagna. Giù verso la Grotta dello Scalandrone.

by Tonia Rotondo10 ottobre 2016

Dalla superficie delle montagne alle sue viscere. Dalle escursioni sulle sue vette alla discesa verso le sue grotte. Entriamo questa settimana nei sotterranei del Monte Accellica e scivoliamo giù lungo la Grotta dello Scalandrone. Perché amiamo svelare la natura da tutte le prospettiva. Anche nei luoghi più nascosti, ad un passo da casa nostra.

Dal trekking alla speleologia. Perché se una delle prime attività dell’uomo fu quella di alzarsi in piedi e camminare, subito dopo arrivò da parte sua l’esplorazione delle caverne. Come dire, il nostro antenato, nella conoscenza del mondo, dopo essere andato a zonzo ad esplorare flora e fauna locali, decide di tornare a casa la sera e di crearsi il suo rifugio al riparo dal mondo. Nelle caverne appunto.

La speleologia – al di là della sua veste prettamente scientifica che studia i fenomeni carsici e la loro natura – attrae ogni anno un notevole numero di persone che la praticano come disciplina essenzialmente sportiva. E questo sia per la notevole bellezza degli scenari che si nascondono sotto la superficie della natura, ma soprattutto per il fascino e la suggestione che su di noi può avere un luogo “segreto”, sotterraneo, che sa svelarsi solo agli occhi dei più coraggiosi.

La discesa in grotta pertanto, la cui parola deriva dal greco kryptē che significa appunto“(luogo) nascosto“, non poteva non incuriosire gli outdoorini, o almeno alcuni di loro, temerari per vocazione, che questa settimana si sono armati di corda, casco, lampada a led e imbrago e sono partiti alla volta della Grotta dello Scalandrone, nel cuore del Monte Accellica.

Partenza da Giffoni Valle Piana, con il nostro fuoristrada percorriamo “con andamento lento” circa 10 km di strada in mezzo ai boschi, tra ruscelletti bizzarri, curve a gomito, fonti d’acqua dove ricaricare le nostre borracce, qualche bovino che ci saluta e infine un rifugio.

Lasciamo l’auto, sistemiamo l’imbraco, ci ricarichiamo con le banane, posiamo il superfluo – perché ricordiamo che l’abbigliamento per chi va in grotta deve essere il più possibile semplice e privo di parti sporgenti, per evitare di incastrarsi sulla roccia nei tratti di progressione in strettoia – e partiamo quindi alla volta della scoperta dell’anfratto.

Arrivare alla grotta non è semplice. Non solo perché l’ingresso, largo non più di un metro, si mimetizza con la parete rocciosa della montagna; ma anche perché prima di arrivare ci aspetta un sentiero senza alcuna protezione che si affaccia a strapiombo su un dirupo. Vietato guardare giù. Noi siamo quasi in bilico. Sentiamo solo i piedi che affondano nella coperta morbida di foglie bagnate e rametti clandestini che ci ammoniscono a proseguire adagio. Ma non possiamo scivolare adesso. La scoperta che stiamo per fare vale tutto il nostro impegno.

Ecco che tra un ruzzolone e l’altro, iniziamo a sentire il rumore dei corsi d’acqua che sono nella zona d’ingresso della grotta. Ci giriamo appena tra il terriccio e scrutiamo a fondo l’imponente parete a noi di fronte. Si svela timidamente ai nostri occhi l’ingresso. La Grotta ci aspetta.

L’ingresso della grotta, situato nel territorio di Giffoni Valle Piana, è a circa 750 m di quota nell’alta valle del Fiume Picentino, ai piedi del versante occidentale del Monte Accellica.

La Grotta dello Scalandrone è una grotta verticale, perché si sviluppa in profondità; attiva, perché gode della presenza ancora attiva di corsi d’acqua che l’attraversano; nonché uno dei più interessanti esempi di carsismo del nostro territorio, grazie all’attività chimica esercitata appunto dall’acqua sulla roccia nei corso dei millenni, che ha portato a scenari sotterranei di notevole bellezza.

E infatti ciò che si nasconde dietro allo “stretto anfratto” è sorprendente. Il passaggio dalla luce al buio ci apre ad una sorta di “Ade dei vivi”, dove noi – come Orfei innamorati della Natura – scendiamo con un “obiettivo” al posto della lira, per tirar fuori tutto quell’invisibile.

Un ampio salone ci accoglie, lungo circa 60 metri, chiamato “Sala delle bambine che giocano”, per il gioco di suoni che produce l’acqua al suo interno, che percorre il lato sinistro della stanza. E noi siamo proprio come bambini che sull’ammasso roccioso coperto da concrezioni, in bilico su un pavimento scivoloso e poco visibile, proseguiamo il “nascondino” lungo il tunnel dello Scalandrone, verso la più piccola “Sala della Pietà”.

Restiamo piccoli e quasi “a carponi” seguiamo la galleria rocciosa. Le luci sui nostri caschi ci fanno strada, le tute ci proteggono da gocce e umidità, le mani non si staccano mai dalla roccia, i piedi spesso colgono il vuoto sotto di noi e i nostri sensi sono tutti protesi verso un gioco, per noi non esperti, pericoloso. Ma pieno di adrenalina.

E quando il corridoio umido e buio sembra troppo ostile per proseguire, la nostra ardimentosa impresa arriva al suo punto più bello. Dopo aver raggiunto la sommità dell’ammasso roccioso concrezionato, ecco che ci sporgiamo e, meraviglia delle meraviglie, scopriamo la “nostra personalissima Laguna Blu.”

Una piccola spiaggia in piena roccia. Un laghetto ameno sotto i nostri occhi fa da specchio all’intera stanza delle meraviglie. In alto sulla nostra destra la chiassosa e allegra cascata che la alimenta. Al posto del cielo, la grotta che ci avvolge completamente. Non ci sono pesci, ma solo pipistrelli pigri che si godono chissà da quanti millenni il tepore di quell’abbraccio roccioso.

Alle nostre spalle, oltre quel varco, un mondo di luci, rumori e colori. Dentro questa cavità di 450 m, su un dislivello di 57 m., un mondo di silenzi, di echi, di dettagli millenari e di tempi infiniti. Di gesti lentissimi e di vuoti incontaminati.

E poi il Buio. Il buio fitto, pesto, assoluto ed inquietante. E noi, che abbiamo aperto il diaframma dell’anima per catturare quella dimensione, e conservarla per sempre.

Ma accanto alla sommità della cascata, oltre a questo mondo delle meraviglie, si trova la prosecuzione della grotta, che assume la conformazione di una galleria dai contorni incerti per le abbondanti concrezioni.

Ma a noi “oltre” non è dato di andare. La nostra prima esplorazione si ferma qua. Il proseguo del nostro cammino e la scoperta delle altre stanze richiederanno altri tempi, tanta esperienza e una migliore attrezzatura.

E un altro appuntamento con aZonzo Outdoor.

 

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Tonia Rotondo